Una tradizione natalizia
Il 24 dicembre, giorno della vigilia di Natale, le donne impastavano la farina di grano duro (saragolla) con lievito madre, acqua e sale. Si utilizzava la farina di grano duro perché rendeva soffici le zeppole. Inoltre, se le famiglie ne avevano in casa, venivano utilizzate anche le alici sotto sale.
Si friggeva con l’olio extravergine di oliva dell’anno precedente perché meno pregiato e, secondo la cultura popolare, più leggero e, dunque, idoneo alla frittura. L’olio veniva poi riutilizzato nella stessa giornata per la frittura del baccalà.
A riprova del fatto che nella tradizione culturale dei padulesi le zeppole erano un alimento correlato alle festività del Natale, vi sono alcune espressioni ricorrenti dialettali: «’e zeppule e Natale», «a Natele facimu ‘e zeppule», e ancora «’e zeppule c’e magnamo a Natale».
Nel periodo natalizio, infatti, c’era più abbondanza di cibo.

Un’occasione per riunire la famiglia
Non si apparecchiava la tavola, ma tutti, piccoli e adulti, mangiavano le zeppole calde e bollenti. Si stava in piedi o seduti su qualche sedia o qualche rudimentale sgabello e si mangiavano le zeppole fino a sazietà; adulti e giovani accompagnavano le zeppole con vino rosso o bianco.
Le famiglie di cento anni addietro e fino al secondo dopoguerra erano piuttosto numerose, composte da genitori, 6/7 figli, nonni e qualche zio; motivo per cui intorno al tavolo c’erano spesso 10 persone o più, a volte anche 15.
Durante la friggitura tutti i componenti della famiglia mangiavano le zeppole appena cotte, per cui spesso le donne utilizzavano tali espressioni «Nui a frie e vui a magnà nun putimu arrivà», come a dire che non potevano soddisfare la fame di quelle bocche in tempo reale.
